Corse e giostre

La disputa dei tornei equestri o giostre, ormai finte battaglie e non più conflitti cruenti, “era riservata, nel Settecento come nei secoli precedenti, agli esponenti delle famiglie nobili della comunità.” [Piermarini e il suo tempo 1983, p. 107]. Per i poveri erano previsti altri giochi, i quali comunque venivano organizzati dagli appartenenti alle classi dominanti, che vi assistevano come spettatori.

Ogni anno, tra gennaio e febbraio, a Foligno venivano sottolineati con eventi spettacolari la festività del Patrono e la ricorrenza ciclica del Carnevale. Si svolgevano anche Corse che prevedevano quasi sempre la sola presenza degli animali, come la Corsa del bove, la Corsa dei berberi e delle berbere, la Corsa dei somari (nel Cinquecento si ha notizia anche di una Corsa delle papere) [cfr. Bettoni 1996, p. 56]

Corsa del bove

Praticata ancora alla fine dell’Ottocento, è stata definita con nomi diversi: caccia, giostra (quando partecipavano anche gli uomini, come a Roma) o steccato. Il termine steccato si riferiva alla recinzione di legno innalzata per dividere il luogo dell’azione dagli spettatori, ma finì per identificare la corsa stessa. Gli “steccati” si svolgevano tra cani e buoi [ASF, Priorale 303. Per la storia dello steccato in Italia Centrale, vedi Mariani 2009]

20. Avviso del 1785 (ASF, Priorale, 201)

20. Avviso del 1785 (ASF, Priorale, 201)

Durante la “caccia” i cani addestrati tentavano di immobilizzare i buoi azzannandoli alla radice dell’orecchio, mentre i buoi li respingevano a cornate. Vinceva il cane che per primo riusciva a staccare l’orecchio, ma non era raro che il bue inforcasse il cane uccidendolo. Come risulta dagli avvisi dei Priorali, erano previsti premi in denaro (scudi) sia per il bove che per il cane riconosciuti più bravi a “giostrare”. Al termine della manifestazione i proprietari dei buoi ne macellavano la carne che veniva poi mangiata. Durante il predominio francese (1797-1815), il gioco fu ostacolato in tutto il centro Italia, perché ritenuto spettacolo orribile, incivile e crudele; non scomparve, ma fu comunque regolamentato con norme molto severe.

Corsa dei berberi

La corsa dei berberi (Pallio dei barberi) e delle berbere (razza di cavalli da sella di origine asiatica), “occupa un posto intermedio nella gerarchia sociale dei giochi; essere proprietari di cavalli adatti alla corsa, infatti, era già un segno di caratterizzazione sociale come la capacità di cavalcare” (vedi Bettoni, 1996, p. 56).

21. Notificazione del 1763 (ASF, Priorale, 201)

21. Notificazione del 1763 (ASF, Priorale, 201)

La corsa consisteva nel mandare al galoppo, senza cavaliere e per un percorso obbligato (forse la via della Fiera, attuale Corso Cavour), gli animali che venivano spronati dal pubblico. A partire dal 1776 si ha notizia di corse, anche con Fantino, che si tenevano al campo di Francalancia, poi Parco dei Canapè (Messini 1939, p. 23).Per assistere, da una posizione privilegiata, alle corse e ad altre manifestazioni (nel 1778 vi si tenne addirittura una sfarzosa festa in onore del nuovo Vescovo), un consorzio di cittadini si offrì di restaurare a proprie spese il tratto delle antiche mura cittadine che stava cadendo in rovina, in cambio di “15 piedi di sito”, dove creare i caratteristici sedili in laterizio a forma di divano con schienale e braccioli. Nel 1833 le corse dei berberi furono abolite (Marinelli 1997; Mattioli 2002, p. 8).

Corsa dei somari

Era una gara di velocità senza cavaliere con “cursori meno nobili” (Bettoni 1996, p. 56) dei cavalli e aveva sicuramente un carattere più popolare e rurale.

La Giostra del Saraceno

La Giostra della Quintana, che si svolge a Foligno dal 1946, rievoca un famoso torneo cavalleresco antico. È opinione tradizionalmente accolta che la prima Quintana della storia della nostra città sia stata quella che ebbe luogo nel 1613, descritta in un documento dell’Archivio Priorale studiato da Faloci Pulignani nel 1906.

In realtà i tornei equestri si svolgevano abitualmente, a Foligno e in altre parti d’Italia, fin dal medioevo. Si conoscono numerosi capitolati di giostre, con regolamenti diversi. Gabriele Metelli, nel suo saggio sulla Giostra (Metelli 1983) parla di un torneo, il primo del Seicento, che precedette di dieci anni quello più noto legato al nome di Ettore Tesorieri. Il 18 gennaio 1603 il capitano Giulio Franchini, nobile bolognese, incaricò il capitano Curzio degli Onori di Foligno di effettuare una donazione di 100 scudi al Comune con l’obbligo di impiegare tale somma in un censo che rendesse alla città ogni anno 8 scudi da destinare ai premi per una giostra.

Et con questo patto che gli scudi otto frutto di d. censo si debba per la M. ca Comunità et Pubblico di d. città applicarsi et spendersi in una catena d’oro o altro premio (…) et quello far correre a cavallo con la lancia, et giostrando in Quintana o in altro, et dare si debba per premio al vincitore dovendo ciò farsi nel giorno festivo di San Feliciano Protettore di d. Città di Foligno, o in altro giorno di Carnevale ad arbitrio delli SS.ri priori di quel tempo.” (Metelli 1983, p. 53)

Da quella data agli anni in cui Giuseppe Piermarini visse a Foligno, si svolsero numerose giostre. Abbiamo provato a ricostruire la scena e il gioco di una giostra disputata nella metà del Settecento, immaginando che il giovane Piermarini possa essere stato presente ad una molto simile.

La premessa ufficiale della corsa erano i “bandi” e gli “editti”, promulgati ed affissi nei luoghi pubblici prestabiliti (Bettoni 1986, p. 131). Promotrice dell’evento era la magistratura priorale: i priori predisponevano la piazza, designavano i giudici di gara e, forse, il maestro di campo. La piazza grande era il teatro dei giochi, era “campo”, “arringo”, “carriera”.

I giostratori, tutti giovani nobili, dovevano iscriversi il giorno prima della gara nell’ufficio della cancelleria e scegliere per sé un finto nome: davanti alle autorità prestavano il giuramento di fede e osservanza del regolamento, promettendo di osservare i “capitoli” in esso registrati.

Le lance dei cavalieri dovevano avere alla sommità una cuspide, diversa e riconoscibile, con cui colpire lo scudo dell’avversario ovvero la sagoma del Saraceno. I cavalieri partecipavano raggruppati in squadre; la squadra che compariva in campo per prima aveva diritto di cominciare la Giostra.

“Avendo risoluto gli Ill. mi Priori della città di Fuligno che domenica prossima 27 del corrente mese di Febbraio, segua la Giostra del Saracino nella Piazza Pubblica della città, con il presente pubblico editto s’invitano tutti i Nobili Giovani, che avranno animo di far spiccare il loro spirito e valore nella detta giostra ad apparecchiarsi con tutte le cose necessarie per detto giorno e comparire, alle ore venti nella detta Piazza con quella maggiore onorevolezza e decoro che più convengono ai Nobili Cavalieri con sicurezza di riportarne il dovuto applauso”[ASF, Priorale, 201, Ordine per la giostra intorno a ciò che spetta all’Ill. mo Magistrato, anno 1728]

Nella Piazza Pubblica la “carrera” (il terreno sabbioso per la “lizza”) era delimitata da corde: “Deve farsi la lizza con corde ben tirate dal saracino sino ai piè della scala dei signori Orfini dall’una e dall’altra parte” [ASF, Priorale, 201, Ordine per la giostra intorno a ciò che spetta all’Ill. mo Magistrato, anno 1728].

Regolamento delle gare

Che nessuno possa entrare in giostra se non nobile.
Che ogni squadra possegga almeno un Padrino e un Aiutante di campo.
Che i cavalieri debbano comparire in tempo in campo, precisamente alle 20 del giorno stabilito.
Che il Padrino abbia la sua banda e una piuma sul cappello.
Che il padrino con l’aiutante di campo e gli altri debbano riconoscersi dalle altre squadre.
Che nessuno entri nell’Arena se non l’aiutante di campo.
Che nessun cavagliere entri nella Carriere, prima che sia chiamato [ASF, Priorale 201, Capitoli per la giostra].

22. Cavaliere giostrante a cavallo (disegno di Davide Aldrighi)

22. Cavaliere giostrante a cavallo (disegno di Davide Aldrighi)

Ogni cavaliere si presentava in campo con la sua “rotella”, una specie di disco con tre cerchi concentrici di diverso colore da applicare al Saracino, la cui grandezza era stabilita dal regolamento. Tale disco costituiva il bersaglio da colpire nella gara: colpendo il cerchio nero centrale si ottenevano 3 punti, centrando quello bianco si totalizzavano 2 punti, colpendo quello verde esterno si otteneva 1 punto.

    “Il Saracino deve farsi accomodare con la sua rotella e segni, cioè il mezzo negro, che porta tre punti, il secondo giro bianco, che vale due punti, e il terzo giro verde che vale un punto. Per ciascheduna carriera [corsa] si debba restar la lancia in tempo, e ferir di punta la rotella nello scudo del saracino, talmente che la lancia si spezzi separandosi pezzo da pezzo” [ASF, Priorale 201, Ordine per la giostra intorno a ciò che spetta all’Ill. mo Magistrato]

Chi colpiva nel legno nero della rotella durante il primo giro guadagnava 3 punti, nel secondo giro bianco 2 punti, nel terzo giro verde 1 punto. Chi non colpiva il Saracino non guadagnava alcun punto. Il Saracino colpito ruotava su se stesso, facendo muovere una sferza speciale posta sul suo braccio destro: “Deve il detto Saracino portare in mano una sferza con tre palle”.

Le tre palle erano di cuoio, probabilmente verniciate in maniera che, se colpivano il cavaliere in corsa, gli lasciavano il segno sulla schiena e la sua gara subiva delle penalità.

I Giudici

Il palco del Magistrato, giudice supremo della gara, era costruito all’ingresso del Monte di Pietà, con tavole e sedie ricoperte:

“Si deve fare un palco per l’illustrissimo Magistrato al cancello del Monte, mettendo fuori tavoli, sedie e strati” [ASF, Priorale 201, Ordine per la giostra intorno a ciò che spetta all’Ill. mo Magistrato]

I quattro giudici di gara sedevano su sedie di cuoio con un segretario che annotava i punti.

Si devono deputare quattro giudici, fra cui due devono assistere al saracino, e gli altri alla mossa, tutti devono sedere in sedie di cerame. (…) Finita la gara i deputati assistenti [i giudici di gara] danno conto al Magistrato del vincitore e questi a cavallo [con la lancia spezzata] si dirigerà verso il palco, dove riceverà la collana dell’Ill. mo Consigliere” [ASF, Priorale 201, Ordine per la giostra intorno a ciò che spetta all’Ill. mo Magistrato]

Cronaca di una giostra

Il terzo giorno di Carnevale del 1728 si disputò nella Piazza Pubblica di Foligno la corsa del Saraceno. La gara consisteva nel colpire con la punta della lancia la rotella posta sullo scudo del Saraceno. In quel Carnevale le squadre che si confrontarono in piazza furono quelle della Costanza, dei Cavalieri del Disimpegno e dei Cavalieri Erranti. La giostra iniziò alle ore 11,00 [ASF, Priorale 201, Cronaca di una giostra (anno 1728)].

I Cavalieri della Costanza erano:

  • l’Invitto Giovan Battista Bolognini,
  • lIntrepido Giovanni Elmi,
  • il Grosso Giovanni Rossi,
  • il Cortese Michelangelo Deli,
  • lo Stabile Filippo Iacobilli.
23. Cavaliere armato (disegno di Davide Aldrighi)

23. Cavaliere armato (disegno di Davide Aldrighi)

Tutti i cavalieri erano accompagnati da un padrino e un aiutante di campo.

I Cavalieri del Disimpegno erano:

  • il Disinvolto Decio degli Onofri,
  • l’Indifferente Decio Roncalli,
  • il Libero Antonio Roncalli,
  • il Pronto Francesco Cantagalli,
  • il Vago Francesco Cirocchi.

I Cavalieri Erranti erano:

  • il Vagante Cesare Gentili,
  • il Vivace Gian Piero Bonavoglia,
  • il Severo Cesare Gigli,
  • il Solingo Giovacchino Silvani,
  • il Placido Marco Roncalli.

Ogni cavaliere svolse tre fasi di corsa ed effettuò tre lanci. La squadra che ottenne più punti fu quella dei Cavalieri Erranti che totalizzò 11 punti contro i 7 dei Cavalieri della Costanza ed i 6 totalizzati dai cavalieri del Disimpegno. Il cavaliere che si distinse in quella gara per abilità nel lancio fu il Placido che, da solo, totalizzò ben 6 punti per la squadra dei Cavalieri Erranti.