I bandi per regolamentare o vietare

Diversi bandi del XVIII secolo riportano la voce allarmata delle autorità ecclesiastiche in merito ad alcuni giochi, soprattutto quelli delle carte e dei dadi, considerati dannosissimi per il popolo, probabili fonti di disordine e per questo da regolamentare o proibire. I trasgressori venivano puniti con pesanti pene in denaro e addirittura con il carcere:

Conoscendo li gravissimi inconvenienti, che purtroppo frequentemente succedono per cause dei giuochi (…) [Gio.Battista Spinola, Governatore e Vice-Camerlengo] ha risoluto di apportare a un sì pernicioso disordine ogni più forte e opportuno rimedio (…) per ovviare alli moltissimi danni, e scandali che derivano da qualsivoglia sorte di giuoco proibito (…) per buon governo di Roma e Borghi (…) commanda e proibisce a qualunque Persona di qualsivoglia stato, grado, condizione e preeminenza di giocare, o far giocare in luogo alcuno a giuochi proibiti di Carte, come sono la Bassetta, il Faraone, il Trenta, e Quaranta, e a tutti gli altri giuochi di carte.” [BCF, Bando 1732 Contro li giuocatori (foglio a stampa, mm. 460 x 335)]

Quando il gioco delle carte era permesso, esso era sottoposto a tassazione, con l’appalto delle vendite concesso a privati eminenti nelle province dello Stato Pontificio. I proventi erano devoluti per opere di carità; chi contravveniva a questa regola e compiva frode poteva essere colpito da pene severe e curiose:

(…)Volendo Noi [Card. Rezzonico Camerlengo] provedere alle fraudi che purtroppo si commettono nello Stato Ecclesiastico (…) con l’introduzione, fabrica, e vendita di carte ad uso di giuoco e senza licenza o bollo [l’Autorità] commanda (…) nello Stato Ecclesiastico, cioè delle Provincie di Romagna, Marca, Umbria, (…) ordina, proibisce che niuna Persona (…) ardisca per l’avvenire introdurre, o fare introdurre, ritenere, né molto meno fabbricare, vendere, o far vendere (…) carte da giuocare senza il solito bollo corrente in quel tempo e senza licenza (…) sotto pena oltre la perdita delle Carte e della Bestia, e del Calesse (…) di scudi venticinque per ciascheduno Mazzo di Carte (…) e per conseguire le pene si possa anche venire alla Carcerazione ( …) e di poter procedere contro i Trasgressori anche per via dell’Inquisizione.” [BCF, Bando 1768 Sopra il Bollo delle carte da giuoco e Proibizione del giuoco de’ Dadi (foglio a stampa, mm. 852 x 440)]

Il gioco dei dadi, a Foligno come in tutto lo Stato Ecclesiastico, era da evitare in quasi tutte le sue forme, in particolare in tempo di Fiera, perché provocava frequenti litigi e quindi problemi di ordine pubblico. Rischiavano di essere severamente puniti con giudizio dell’Inquisizione non solo i trasgressori ma anche quelli che “tal volta stassero a vedere detti giuochi e similmente li padroni delle Case, Botteghe o altri Luoghi, dove si giocherà (…)” [BCF, Bando 1768 Sopra il Bollo delle carte da giuoco e Proibizione del giuoco de’ Dadi (foglio a stampa, mm. 852 x 440)]

In alcuni bandi era autorizzato il gioco dei dadi, soltanto però del tipo da tavole o di quello cosiddetto “da farina” (farinaccio) [Per la distinzione tra “dado da tavole” (dadi tradizionali) e “dado da farina” (farinaccio, dado segnato su una faccia sola), cfr. Costume e società 1988, p. 34].

18. Giuseppe Maria Mitelli, Zugh d’i tutti zugh (“Gioco di tutti i giochi”), 1702

18. Giuseppe Maria Mitelli, Zugh d’i tutti zugh (“Gioco di tutti i giochi”), 1702